domenica 21 giugno 2009

alfabeto runico ecco la EssE degli SKArBull (SKArBui) (da SKAndinavia e BULL, BULLE -Toro-)

venerdì 12 giugno 2009

*** www.scarbolo.eu *** www.ctg-longobardia.eu *** scarbolo@libero.it


"Erat sane hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat"

" C'era questo di meravigliosamente sano in Longobardia: non c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno, contro il diritto, opprimeva o spogliava gli altri, nessuno depredava; non c'erano furti, non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore"

domenica 31 maggio 2009

Design alla MODA: Feng Shui significa –letteralmente- Vento e Acqua x il Bene-Essere della famiglia...


Il Feng Shui è un'antica arte geomantica taoista, origina dalla Cina, diffondendosi poi in Occidente a partire dalla fine dello scorso millennio. In sintesi si definisce come l’arte del vivere ed abitare in armonia con le forze vitali del respiro delle nature dei regni minerale, vegetale, animale ed umano.
Il Feng Shui si riferisce all' I Ching, significa –letteralmente- vento e acqua, e al modo in cui questi elementi influenzano il movimento dell'energia nell'ambiente. Si basa sulla convinzione che il luogo dove si vive e dove si collocano le varie stanze della casa influenzi in modo significativo l'armonia e quindi il bene-essere della vita umana.
L'orientamento, il progetto della abitazione, la disposizione dell'arredamento, la direzione (nord) in cui il letto è posto, i colori e gli ornamenti che vi si trovano contribuiscono a creare un ambiente più o meno rilassante e più o meno denso di stimoli.
L’architettura del Benessere vuole ricollocare l’uomo al centro del Cosmo, interpretarne le emozioni trasformandone i sogni. Il feng shui aiuta a “valutare” una casa dal punto di vista energetico e a decidere i "modi migliori" da adottare per armonizzare l'energia all'interno del bene-essere della casa alla famiglia che la abita.

domenica 17 maggio 2009

ORO LONGOBARDO A CIVIDALE del Friuli (UD)
l'antica Forum Iulii da cui il nome "Friuli"

venerdì 1 maggio 2009

Sergio Marchionne: l’Era del "Grande-Uomo", dell’Individualismo, del Battitore-Libero che Da-Solo Risolve i Problemi di un’Organizzazione è Morta e Sepolta"...


Sergio Marchionne A.D. FIAT, lectio al Politecnico di Torino
ecco alcuni stralci... di una lectio piena di spunti su cui vale forse proprio la pena di riflettere a fondo...

"…ho letto in questi anni molti libri sul legame tra la Fiat e l’Italia.
La tesi generale è che se la Fiat va bene, l’economia italiana tira … credo sia ancora più vero il contrario: ciò che è bene per l’Italia è bene per la Fiat.

Noi siamo impegnati a dare il nostro contributo per creare una società migliore.
…
Stiamo costruendo una nuova Fiat sulle “radici” di quella precedente.
Si tratta di un lavoro appena iniziato che chiama a raccolta le migliori energie della gente che lavora oggi nel Gruppo.
La Fiat è un cantiere aperto.
Il mondo in cui operiamo è complesso, a volte caotico. I problemi che dobbiamo affrontare cambiano ogni giorno. Le variabili in gioco sono così tante e così grandi...
Tutto questo richiede al sistema una flessibilità enorme.
Richiede grande rapidità e la capacità di adeguarsi in tempo-reale ai cambiamenti del mercato.

In caso contrario, rischiamo di fare la fine del cervo abbagliato dai fari di un’automobile. Spaventato e immobile, spesso ne viene travolto.

La velocità di risposta a quello che non possiamo prevedere è l’unica arma che abbiamo per batterci ogni giorno.
Dotare l’azienda di un’architettura aperta vuol dire esattamente questo.
“Il futuro – ha scritto Karl Popper – è molto aperto e dipende da noi, da tutti noi.
…
E quello che facciamo e faremo dipende, a sua volta, da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro…
Dobbiamo diventare gli artefici del nostro destino.
Dobbiamo imparare a fare le cose nel miglior modo che ci è possibile.
Ma questo significa che “dobbiamo cambiare noi stessi”.
….
Per un’industria grande e complessa come la nostra è molto difficile ma è essenziale se vogliamo cogliere tutte le opportunità che si presentano.
E fa la differenza tra vincere o soccombere.
La tendenza a ritornare ad un “sistema di riposo”, come previsto dai principi enunciati da Newton, è enorme. Gli esempi sono numerosi. E frequenti.

Lo abbiamo riscontrato ieri, in una lunga riunione con alcuni nostri leader, impegnati a valutare i problemi dovuti al rallentamento del mercato dell’auto in Europa.
Siamo tornati a raccontarci le stesse storie che ci raccontavamo quattro anni fa, le stesse scuse che ci hanno portato nel passato ad accettare d’essere mediocre e a considerarci vittime di un processo gestito da altri.

Il “sistema manageriale della Fiat” non può permettere che ciò accada.

Dobbiamo buttarci nel gioco senza neppure chiederci quale sarà la partita, perché, quasi sempre, non è dato saperlo in anticipo.

In tutto questo, l’unica cosa che possiamo stabilire sono gli obiettivi.

Lo abbiamo fatto in maniera chiara e rigorosa, a prescindere da quelle che sarebbero state le condizioni del mercato e dell’economia mondiale.
Forse è anche per questo motivo che qualcuno si è tanto sorpreso quando li abbiamo raggiunti.
…
Era impossibile prevedere queste cose, come tante altre.
Eppure non abbiamo spostato i nostri obiettivi.

La flessibilità e la natura aperta del sistema aziendale sono la garanzia che li raggiungeremo.
Adesso, il nostro impegno è fare in modo che “il cambiamento” non sia più qualcosa di imposto ma diventi un elemento naturale.
…
Fiat e qual è stata la “ricetta magica”.
Quello che posso dirvi è che non c’è una ricetta industriale valida per ogni azienda.

Esiste però un approccio comune che è trasversale a tutte e che permette di risolvere anche le situazioni più difficili.

Mi riferisco al fatto di riconoscere il ruolo centrale che hanno le persone e i leader che le gestiscono.
La qualità delle persone è essenziale e niente la può sostituire.
Ogni impresa è il risultato delle persone che ci lavorano e dei rapporti che si instaurano tra di loro.
Per questo è così importante la qualità dei manager, la loro coesione.
Il fatto di condividere la stessa direzione, gli stessi metodi, gli stessi obiettivi.
E’ l’unione di tutti i leader intorno ad un sistema di valori comuni.
Questo è l’unico segreto che conosco.
…
Le “Organizzazioni” non sono nient’altro che l’insieme della volontà collettiva e delle aspirazioni delle persone coinvolte.

La realtà di oggi richiede che il “concetto di leadership” venga ricalibrato.

Ogni anno business schools preparano migliaia di uomini e di donne nella scienza del management, della gestione di organizzazioni. Quello che in qualche modo si va a perdere in questa preparazione è che la leadership non è solo questione di processi o di misure.

La leadership è una vocazione nobile – è qualche cosa che arricchisce la vita delle persone.
E quello che molti trascurano è che “la leadership è un privilegio”.

Organizzazioni create negli ultimi duecento anni sono state il prodotto di due ampie premesse.

La prima è che “senza regole” politiche e procedure estese le persone reagiscono in maniera “irresponsabile”.

La seconda è che il modo migliore di organizzare un’azienda è di creare “semplici lavori” collegati assieme da “processi complessi”.

La prima distrugge la fiducia, la seconda ruba alle persone coinvolte qualsiasi percezione di valore personale.
Gestire organizzazioni in base a questi principi non è leadership.

La leadership delle persone e del cambiamento sono diventate la base della ripresa della nuova Fiat. Credo che la leadership non sia mai stata così importante e difficile come in questa epoca.

Il mondo in cui viviamo è "nuovo" ogni giorno.

La probabilità che il futuro sia la replica del passato è"nulla".

Parlare di leadership è complicato perché non si può ridurre a una teoria manageriale.

Le variabili in gioco sono "tante" e il modo in cui agisce è "profondo".

La leadership “nasce”nella nostra mente, nei nostri cuori, nella nostra capacità di vedere il futuro.

Per tutto questo “essere leader” oggi è così importante e così difficile.

Il suo compito più importante è quello di scegliere i leader giusti e metterli al posto giusto.

Per “leader giusti” intendo persone che hanno il coraggio di sfidare l’ovvio, di seguire strade mai battute, di rompere schemi e vecchie abitudini che sono visibili alla concorrenza, di andare oltre a quello che si è già visto.

Uomini e donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto per gli altri.

Sono persone che agiscono con rapidità, ma hanno la capacità di ascoltare.

Sono affidabili. Nel senso che mantengono sempre le promesse fatte e non fanno promesse se non sono in grado di mantenerle.
E soprattutto hanno la visione del loro agire in un contesto sociale.
…idea, elaborata dal grande generale prussiano Von Clausewitz, secondo cui la strategia non può essere ridotta ad un insieme di formule.

Nel migliore dei casi, è un insieme di obiettivi di largo respiro, che possono essere soltanto raggiunti cogliendo le opportunità nel loro divenire.

Come peraltro succede in “GUERRA”, la pianificazione dettagliata fallisce a causa di attriti imprevisti, errori di esecuzione, ma soprattutto a causa dell’esercizio imprevedibile della volontà individuale da parte della concorrenza.

C’è una svolta culturale che le donne e gli uomini della nostra azienda hanno impresso al loro modo di pensare e di agire.
A queste persone noi dobbiamo assicurare libertà di manovra e ampia autonomia.

Dobbiamo garantire un sistema meritocratico, perché è l’unico modo per garantire le migliori risorse per il Gruppo e per dare a chiunque la possibilità di emergere e dimostrare quello che vale.
Dobbiamo dare loro la possibilità di crescere perché è l’unica via per assicurare anche la crescita dell’azienda.
Credo che questo sia il compito di un amministratore delegato.
E in tutto questo, dobbiamo smitizzare la sua figura.

L’era del Grande uomo, dell’individualismo, del battitore libero che da solo risolve i problemi di un’organizzazione è morta e sepolta.

I leaders, quelli veri, non sono nient’altro che strumenti di cambiamento.

Chiarezza, coerenza, adesione a principi forti e tensione verso un obiettivo sono le cose che ho cercato di introdurre nel nostro Gruppo.

Ma il cambiamento lo hanno fatto e lo fanno altre persone.

Sono loro gli artefici della nuova Fiat.
Assisterli, consigliarli, guidarli, e anche disciplinarli mentre la stanno costruendo fa parte del mio mandato. Ma la cosa che mi rende più orgoglioso è osservare il loro successo, l’impatto che ha su di loro, sulla fiducia che hanno in loro stessi e sulla visione che si formano del loro futuro.
….prepararvi a far parte della squadra che darà forma al futuro.
Di solito si ritiene che la vita delle persone sia suddivisa in due momenti distinti.

Quello della formazione e quello dell’attività lavorativa.

Si crede che il primo periodo della vita serva a dare all’individuo quelle conoscenze sufficienti ad affrontare la fase successiva.
Con l’idea che le nozioni apprese possano bastare a ricoprire ruoli e mansioni stabili nel tempo.
Penso che una persona così si trovi del tutto disarmata di fronte ad un mondo che cambia alla velocità della luce.

Questo scriveva Hegel nella prefazione ai Lineamenti di Filosofia del Diritto:
“A dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta….
Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”.
..
L’idea che, alla fine di tutto, il vero obiettivo è l’uomo e la società in cui vive.
Più di 70 anni fa, questo fu l’invito che fece Einstein:
“Bisognerebbe evitare di predicare ai giovani il successo nella solita forma come lo scopo principale della vita. Il valore di un uomo si dovrebbe giudicare da quello che egli dà e non da quello che riceve. Il motivo più importante per lavorare, a scuola e nella vita, è il piacere che si riceve dal lavoro, dai suoi risultati e la conoscenza del valore che questi risultati hanno per la comunità”.
..
Concentrarsi su se stessi è una così piccola ambizione.
E’ come dar vita ad una tragedia senza eroi.

Il giudizio su quello che una persona ha fatto nel corso della sua carriera non dipende da quello che ha raggiunto,
ma solo da quello che ha lasciato.

Senza dubbio il mondo di oggi si trova in un momento difficile da capire e da gestire.
Ma non penso che ci siano età più facili di altre.
In ogni epoca, milioni di persone si trovano a fare i conti con quello che è stato lasciato dal passato.

E’ la storia della vita, quando capita di venire in possesso di un’eredità enorme.
Non hai fatto nulla per averla.
A quel punto, puoi scegliere cosa fare per chi domani dovrà raccogliere la tua eredità.
..
Due anni e mezzo fa, dopo aver visto gli ultimi dati finanziari del 2005, ci siamo resi conto di aver raggiunto l’obiettivo. Avevamo guadagnato – poco, ma avevamo guadagnato - vendendo auto, dopo 17 trimestri consecutivi di perdite.
In quell’occasione, decisi di inviare una lettera a tutti i membri del comitato di gestione di Fiat Group Automobiles per ringraziarli di ciò che avevano realizzato e per riaffermare la base del nostro futuro.
E’ una lettera personale, che forse vi stupirà, ma che racchiude quelli che considero i valori fondamentali nell’esercizio della leadership…

"Il 2005 è arrivato e se ne è andato velocemente. Abbiamo iniziato l’anno portando sulle spalle una lunga storia di fallimenti, delusioni e di promesse mancate. Assieme ad una profonda preoccupazione per le sfide future.
Mi ricordo di quando ero seduto con voi in una sala riunioni del Lingotto all’inizio del 2005 e vi ho detto che avreste raggiunto gli obiettivi e che nonostante tutte le difficoltà, non vi avrei permesso di mancarli.
Mi ricordo anche dello sguardo perplesso e incredulo sul volto di alcuni di voi mentre guardavate questo uomo che in vita sua non aveva mai costruito o venduto una automobile, ma era così determinato nel costruire il futuro. Il vostro futuro.
Bene, un anno è passato e voi avete raggiunto gli obiettivi. Anzi, li avete raggiunti e superati.
Quello che sapevo allora e che ho imparato durante la mia crescita come leader è che:
 la cultura, il collante delle organizzazioni, non è solo una parte della vita aziendale: 
è l’essenza stessa della vita.
Questo "collante" è tenuto assieme, continuamente, incessantemente da tutti i membri di un gruppo, e non dalle azioni di un singolo individuo.

Adesso noi dobbiamo completare quello che abbiamo iniziato nel 2005, con precisione e con la stessa passione che ci ha portato fino a qui e che ci ha permesso di celebrare, ieri sera, il nostro primo piccolo successo.
Guardando a quello che abbiamo fatto nel 2005, ciò di cui sono più orgoglioso non sono i numeri che diffonderemo questa mattina ma il fatto che siete tutti cresciuti sia come individui che come leader.
Tra gli indigeni dell’Africa sub-sahariana è diffuso lo spirito di ubuntu. Questa parola fa parte di una frase più lunga, umuntu ngumuntu nagabantu, che tradotto letteralmente dallo Zulu vuol dire “una persona è una persona grazie agli altri”. (ndr:"io sono perchè siamo")
Quando tu ti muovi in questo ambiente, la tua identità, quello che sei come persona, deriva dal fatto che sei visto e riconosciuto come una persona dagli altri.

Questo si riflette nel modo in cui le persone si salutano.
L’equivalente di “salve” è sawu bona che letteralmente significa “ti vedo”.
La risposta è sikhona, “sono qui”.

Quello che è importante nello scambio di saluti è che non esisti fino a quando non sei riconosciuto.

Le implicazioni di questi usi sociali sono importanti. Nel mondo occidentale noi pensiamo che sia normale non salutare qualcuno quando siamo sotto pressione per lavoro o altri impegni.
Nel mondo di Ubuntu questo annullerebbe l’esistenza dell’altro.
Il riconoscimento da parte degli altri è quello che ci rende persone. Senza questo riconoscimento non esistiamo.

Nel rendere Fiat un Grande Gruppo, il nostro compito è di affrontare questa enorme sfida con il reciproco rispetto e predisposizione che fanno parte dello spirito di Ubuntu. La forma e il significato di Fiat dipenderanno dalle aspirazioni e dall’impegno di coloro che la guidano. È’ una straordinaria responsabilità, ma non c’è niente di meglio nella vita.
Da parte mia, quale vostro leader, vi posso dire una sola cosa.
Vi vedo.
Sono lieto che siate "qui".
La lettera finisce "qui".
..
Vi vedo.
Sono lieto che siate "qui". La lettera finisce "qui".

…Forum Mondiale Economia di Davos (CH) 1999 parla Nelson Mandela (Sudafrica):
“E’ mai possibile che la globalizzazione porti benefici solo ai potenti, a chi ha in mano le sorti della finanza, della speculazione, degli investimenti, delle imprese?
E’ possibile che non abbia nulla da offrire agli uomini, alle donne e ai bambini che vengono devastati dalla violenza della povertà?
E ora capirete perché quest’uomo ormai vecchio, quasi al tramonto della propria vita pubblica e alle soglie del nuovo secolo, al quale avete concesso il privilegio di prendere commiato da voi, abbia sollevato questi aspetti così concreti di questioni ancora irrisolte”.

…chi ha la responsabilità di gestire un’azienda globale ha il dovere di allargare la propria mente e guardare al di là delle mura di un ufficio…

C’è una realtà che non possiamo dimenticare.
…mi chiedo se abbiamo “modelli mentali” così rigidi che - anche di fronte a chiari segnali di minaccia dal mercato - continuiamo a restare indifferenti nel nostro benessere e non proviamo disagio di fronte a chi non ha nulla….

Trovare una soluzione ai problemi sollevati da Mandela significa trovare una soluzione alla gestione del libero mercato.

Abbiamo il “dovere” di contribuire a colmare questo divario.

Abbiamo il “dovere” di riparare le conseguenze che derivano dal funzionamento dei mercati.

mercoledì 22 aprile 2009

"la BCE non è il santo Vangelo" di giorgio la malfa il foglio di giuliano ferrara del 22 apr'09

"...forse è venuto il momento per un vigoroso movimento di liberazione laica. O almeno per un concilio vaticano secondo ... se si vuole evitare che l'euro divenga un ulteriore e poderoso fattore di aumento dell'ostilità delle opinioni pubbliche nei confronti del processo di integrazione europea."
" ..le prospettive future dell'unione monetaria sono incerte... i Paesi membri sono e restano diversi tra loro, le loro economie non tendono a convergere e non emerge una visione comune della inderogabilità della disciplina fiscale...(ndr e di politica militare e di polizia comune) "
" ....una frase di Helmut Kohl: non si ripete mai abbastanza che l'unione politica è la contropartita indispensabile dell'unione economica e monetaria. La storia recente, non solo della Germania, ci insegna che è insostenibile nel tempo la presenza di una unione monetaria con l'assenza di un'unione politica...in cui una Banca Europea Centrale Forte e assolutamente AUTONOMA si fa corona di stati nazionali deboli e incapaci di reclamare per se parte o tutta la responsabilità della politica monetaria... "

giovedì 9 aprile 2009

Roma 14apr.'09Il rapporto lavoro-famiglia nella Dottrina sociale della Chiesa”di S.E. mons. Vescovo Gianpaolo Crepaldi Iustitia et Pax ROMA

“Il rapporto lavoro-famiglia nella Dottrina sociale della Chiesa”
di S.E. mons. Vescovo Gianpaolo Crepaldi segretario commissione Iustitia et Pax -Roma-
La Dottrina sociale della Chiesa ha prodotto un grande patrimonio di riflessioni sul rapporto tra famiglia e lavoro, dalla Rerum novarum di Leone XIII, con l’idea del salario familiare, alla Laborem exercens di Giovanni Paolo II, con la visione della famiglia come scuola di lavoro. Il nesso ha origine nella originarietà delle due esperienze. Sia la famiglia che il lavoro sono realtà naturali, fortemente connesse con l’essere persona. Ambedue rappresentano una “vocazione”, in quanto sono luoghi nei quali la persona è chiamata a diventare sempre più se stessa. Sia nella famiglia che nel lavoro tutta la persona è presente e non solo suoi aspetti particolari. Per questo è innaturale che la famiglia e il lavoro configgano tra loro, come invece spesso accade a causa di una cattiva organizzazione economica e sociale. Quando questo accade significa che o la famiglia o il lavoro – o ambedue – non sono state considerate e trattare come meritano. Il rapporto famiglia-lavoro fa da cartina al tornasole sia per le politiche della famiglia sia per quelle del lavoro, che non dovrebbero mai essere pensate come separate.
Dal punto di vista sociologico sia la famiglia che il lavoro sono molto cambiati nel tempo, a seguito anche di nuovi fenomeni culturali. Alcuni di questi cambiamenti sono positivi e richiedono un nuovo incontro tra famiglia e lavoro, tramite nuovi strumenti. Altri, invece, sono negativi, e rischiano di allontanare famiglia e lavoro, a meno che non si attuino politiche nuove, che vadano oltre il “Welfare lavoristico”, politiche, però, che siano anche animate da un altrettanto nuovo quadro culturale di riferimento.
Un punto nevralgico ruota attorno al concetto di relazione. La famiglia è soprattutto relazione, è il luogo della primordiale socializzazione della persona e in famiglia l’uomo apprende virtù e atteggiamenti che poi faranno la differenza anche nella società e sul posto di lavoro. Anche il lavoro è ormai soprattutto relazione. Lo è sempre stato, ma oggi nelle reti della nuova società complessa lo è ancora di più. Non che sia finito il Work, il lavoro pesante e materiale, ma, almeno nelle nostre società avanzate, prevale il Job, il lavoro prevalentemente immateriale e relazionale, oltre la stessa società dei servizi. Qualcuno afferma che la crisi economica in atto ci riporterà indietro, verso l’uomo artigiano, come suona il titolo di un recente libro di Richard Sennet, ma io non lo credo. Anche il nuovo artigianato non sarà più come il vecchio. Famiglia e lavoro sembrerebbero quindi doversi incontrare proprio sulla loro capacità di creare abilità relazionali. Così, però, non è, a causa di un fenomeno che indebolisce le capacità relazionali della famiglia e che si chiama rarefazione familiare. I dati sulla famiglia di quasi tutti i paesi europei mettono senza ombra di dubbio in evidenza che in famiglia le relazioni si stanno assottigliando a causa della diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle convivenze, per i divorzi e le separazioni, per l’inverno demografico in atto, per il numero degli aborti e, da ultimo, per una certa prassi eugenetica che sta montando all’orizzonte. Aumentano le famiglie monoparentali e i figli unici. Aumentano i legami intrafamiliari ad intermittenza. Le esperienze di relazione, così, diminuiscono non solo in quantità ma anche nella gamma della loro qualità: sono sempre più limitate, di corto respiro, di breve durata e standardizzate. Come la famiglia viene sempre più individualizzata, così anche il lavoro viene sempre più individualizzato. Mi chiedo, perciò, se le politiche famigliari e lavoristiche, così caratterizzate dal concentrarsi sull’individuo più che sulla famiglia, siano la causa o lo conseguenza di questo deficit relazionale. Mi chiedo, in altre parole, se la rarefazione famigliare e la corrosione della solidarietà nel mondo del lavoro siano prima di tutto un fatto culturale o un fenomeno sociologico, legato ai nuovi assetti economici. Non credo sia possibile stabilire una priorità, so di certo, però, che oggi nessuna politica riguardante il rapporto tra famiglia e lavoro può essere priva di una connotazione familiare.
Oggi si parla di nuovi modelli di famiglia. Non tutti, però, sono atti a generare relazioni e ad alimentare una vera capacità lavorativa. Non tutti sono ugualmente in grado di animare la società civile mediante legami non opportunistici, ma di vera solidarietà. Non tutti i modelli di famiglia sono in grado di generare socialità, anziché consumarla. L’intermittenza delle relazioni familiari solo apparentemente si uniforma alla intermittenza dei rapporti lavorativi. Non è vero che la flessibilità familiare sarebbe il congruo corrispondente della flessibilità lavorativa. Qui c’è un tragico errore di prospettiva. I lavori non eliminano il lavoro e la modernità lavorativa non toglie, ma anzi richiede maggiormente, la capacità di orientarsi virtuosamente. Noi spesso intendiamo la flessibilità come indifferenza, ma così non è. La maggiore mobilità e complessità del lavoro richiede maggiore forza interiore, più sviluppate capacità di stabilire continuità di relazioni e stili di vita, una maggiore coerenza di visione. La maggiore mobilità richiede più famiglia e non meno famiglia. Bisognerà evitare la flessibilità dell’indifferenza, e supportare invece con solide relazioni familiari e sociali, la mobilità, anche mentale, che le nuove dimensioni del lavoro richiedono. Le politiche del lavoro, quindi, non dovranno tenere presente una famiglia generica, ma la famiglia che produce socialità anziché consumarla, che sa essere – una volta messa in grado – un soggetto sociale vero e proprio. Dei servizi sociali che facciano leva sulla famiglia, si rivolgeranno alla famiglia naturale e tradizionale oppure a certe attuali forme deboli o debolissime di famiglia? La formazione al lavoro che faccia leva anche sui rapporti familiari a che famiglia si rivolgerà? Finora le politiche familiari hanno disincentivato la famiglia naturale e tradizionale. Bisogna farne di nuove che invece la valorizzino e la incentivino, in collaborazione però con altri attori capaci di renderla nuovamente attraente dal punto di vista culturale. Senza una combinazione di politiche fiscali e culturali, il nesso tra famiglia e lavoro è destinato ad allentarsi ulteriormente. E’ paradossale: mentre è sempre più evidente che il lavoro è sempre un “lavorare insieme”, dato che si lavora sempre “con gli altri e per gli altri”, come dice la Centesimus annus, si continua a configurare le politiche familiari e del lavoro in termini individuali. Il cosiddetto “quoziente familiare” rimane ancora molto sullo sfondo e non di rado, pur ponendolo come obiettivo da raggiungere, lungo il percorso si danno vita a singole disposizioni che con esso contrastano, applicando ancora appunto una logica individuale. Le Associazioni familiari che avevano presentato qui in Italia la petizione per un fisco a misura di famiglia hanno in seguito criticato i criteri di assegnazione del cosiddetto “buono famiglia” previsto dal decreto anticrisi del governo, in quanto privilegiava la persona singola alla coppia sposata con prole.
Il lavoro passa sempre di più dalla società civile. La globalizzazione favorisce le concentrazioni, ma assegna anche nuovi compiti al piccolo e al locale. La crisi dello Stato sociale alimenta per forza una Welfare society. Le piccole industrie a base familiare costituiscono ancora il nerbo del nostro sistema produttivo. L’attuale crisi della finanza creativa ci riposta con i piedi per terra, alla concretezza dei rapporti produttivi. Se il lavoro passa sempre più dalla società civile, esso passa sempre di più dalla famiglia, che della società civile è la prima cellula. A meno che non venga inibita, la famiglia svolge compiti sociali di fondamentale importanza, innerva la rete del risparmio produttivo, dirotta energie verso la cura alla persona, fa da ammortizzatore sociale primario in tempi di crisi, anima il volontariato, stabilisce rapporti con la piccola industria e con il credito su base locale, sviluppa una educazione alla socialità di grande importanza per il lavoro. La centralità della società civile nei rapporti tra famiglia e lavoro ci dice che esiste una gamma molto ampia di politiche family friendly, e che molte di esse devono passare appunto dalla società civile. La legislazione sui tempi e sulle condizioni di lavoro, la legislazione sui congedi e sulla sospensione del lavoro, misure per favorire i compiti di cura della famiglia, sostegni da parte di enti pubblici, imprese, terzo settore e reti informali. Le politiche famigliari devono essere articolate ed organiche, devono essere attuate da molti soggetti e non da uno solo, devono prevedere molti interventi su vari piani. Una cosa fondamentale è superare la logica individualistica da una parte e quella della programmazione rigida degli interventi da parte del solo Stato dall’altra. Sappiamo che si tratta di un corto circuito che ha già provocato molti danni in passato.